Schede

Un’epoca nuova per la medicina psichedelica

di Amanda Feilding

Dopo vari decenni in cui la ricerca sulle sostanze psichedeliche è stata soffocata dalle norme repressive sulle droghe e dallo stigma culturale, le porte si stanno finalmente riaprendo per questo terreno fertile. Mentre vanno emergendo i potenziali benefici dell’uso responsabile degli psichedelici in ambito terapeutico, e le testate d’informazione danno spazio a queste scoperte, prende forma un’ondata d’entusiasmo generale per quello che le sostanze psicotrope possono offrire alla scienza e alla società.

La combinazione tra nuove conoscenze neuro-scientifiche, tecnologie avanzate per produrre immagini del cervello e psichedelici offre una prospettiva unica per studiare le mente umana, consentendoci di rivelare la mappatura tra i mutamenti del livello di coscienza e i cambiamenti dell’attività neuro-fisiologica. Si aprono così le porte su un nuovo universo in cui poter esplorare percorsi inediti per trattare le malattie più incurabili e per espandere la consapevolezza umana.

La mia passione per lo studio di queste tematiche risale a oltre 50 anni fa, quando ebbi modo di sperimentare le trasformazioni fisiologiche dovute agli stati alterati di coscienza provocati dall’Lsd. Nel 1998 ho così dato vita alla Beckley Foundation con l’obiettivo di eliminare quelle barriere politiche che, dalla fine degli anni ’60 in poi, avevano impedito alle sostanze psichedeliche di penetrare nell’ambito medico. Tramite la Foundation ho avviato e portato avanti numerosi progetti collaborativi con ricercatori e università di ogni parte del mondo, al fine di studiare gli effetti della cannabis e degli psichedelici per l’ampliamento della coscienza e per il benessere degli esseri umani. Grazie a queste ricerche, oggi abbiamo una maggiore comprensione su come operano queste sostanze, dando così un contribuito alla riforma sulle politiche globali in tema di droghe basata su prove concrete per le successive policy operative. I seminari e la documentazione prodotti dalla Beckley Foundation hanno inoltre portato a un diverso approccio nelle stesse politiche governative sulla droga.

Uno dei miei progetti collaborativi più importanti è stato il Beckley/Imperial Research Programme, lanciato nel 2005 insieme al professor David Nutt. Quest’iniziativa, che punta sull’efficace combinazione tra gli psichedelici e l’elaborazione delle relative immagini cerebrali, ha già portato a nuove importanti scoperte. Nel 2016 abbiamo pubblicato i risultati del primo studio mai effettuato in quest’ambito, con la mappatura del cervello umano sotto Lsd. Questa ricerca ha prodotto risultati affascinanti e concretizza la promessa che feci ad Albert Hofmann di voler reintegrare il suo “bambino difficile” nel mondo della scienza. Lo studio (i cui risultati sono stati pubblicati anche nei Proceedings of the National Academy of Sciences), getta luce sui tanti fenomeni segnalati da chi ha fatto uso di psichedelici, consentendoci di comprendere in maniera più approfondita i meccanismi sottostanti alla ‘dissoluzione dell’ego’ e l’annesso significato per il processo terapeutico. Ciò ha rivelato altresì le trasformazioni neurologiche sottostanti alla ricchezza e all’intensità dell’esperienza multi-sensoriale innescata dall’Lsd. Abbiamo rilevato l’aumento del flusso sanguigno nella corteccia visiva e il forte incremento della comunicazione tra quest’ultima e oltre 20 aree del cervello normalmente non coinvolte nel processo visivo. La percezione di ‘dissoluzione dell’ego’ è direttamente correlata alla ‘perdita d’integrità’, vale a dire la riduzione di comunicazione tra le regioni della Rete Neurale Predefinita. Quest’ultima, importante soprattutto nella regolazione dell’esperienza cosciente, è una rete di alto livello responsabile della memoria autobiografica, la pianificazione del futuro e l’auto-consapevolezza. Appare maggiormente attiva quando la mente si trova a vagare liberamente, quando non siamo tutti presi da attività specifiche. In condizioni normali, la Rete Neurale Predefinita garantisce una relativa stabilità al senso di sé, ma se iper-attiva può causare processi mentali di disadattamento e comportamenti impulsivi. Un meccanismo sottostante comune a molte malattie mentali è infatti l’iperattività anormale della Rete Neurale Predefinita. Quando, sotto l’effetto della sostanza psichedelica, si riduce il flusso sanguigno alla Rete Neurale Predefinita si registra un incremento della comunicazione tra quelle diverse regioni del cervello che normalmente non si parlano tra loro. Ciò comporta un stato di consapevolezza più caotico, fluido e creativo, interrompendo così la rigidità dei modelli del pensiero neurale e del comportamento che sono alla base di condizioni quali la depressione e la dipendenza.

Un secondo esperimento in collaborazione tra la Beckley Foundation e l’Imperial College, realizzato l’anno scorso sotto la guida di Robin Carhart-Harris, ha riguardato l’uso della psilocibina per casi di depressione resistente ad altri trattamenti. I soggetti del nostro gruppo di studio soffrivano di depressione cronica mediamente da 18 anni e non avevano tratto alcun giovamento da almeno due precedenti cicli di trattamento. Questo studio ha registrato un notevole successo: il 67% dei soggetti ha riportato una remissione dalla depressione dopo la prima settimana di trattamento con la psilocibina, e per il 42% è proseguita per almeno i tre mesi successivi. Il successo di quest’esperimento rafforza i risultati della ricerca avviata fin dal 2008 alla Johns Hopkins University di Baltimora, sponsorizzata dalla Beckley Foundation e finalizzata a studiare l’efficacia della psicoterapia in combinazione con la psilocibina per la dipendenza da nicotina resistente ad altri trattamenti. Questo studio pilota ha registrato un incredibile successo nell’80% dei casi a sei mesi di distanza, e verrà esteso a un esperimento più ampio a doppio cieco. Aprendo un ulteriore, promettente filone di ricerca, il Beckley/Sant Pau Research Programme, diretto da Jordi Riba, ha inoltre scoperto che due componenti dell’ayahuasca (armina e tetraidroarmina) stimolano la neurogenesi, cioè la formazione di nuovi neuroni, nelle cellule staminali dell’ippocampo in vitro. Qualora si riuscisse a replicare questo processo in vivo, potrebbero derivarne nuove cure per malattie neuro-degenerative quali il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson.

Il Beckley Scientific Programme è impegnato nello studio dei molteplici effetti delle sostanze psichedeliche, tra cui: l’interazione con la musica, la capacità di espandere la consapevolezza, l’importanza dell’esperienza mistica, i meccanismi sottostanti alle allucinazioni visive. Abbiamo anche avviato uno stimolante esperimento per indagare gli effetti soggettivi e neurali della molecola del Dmt, finora trascurata, consentendoci così di confrontarne i meccanismi operativi con quelli dell’Lsd e della psilocibina. Abbiamo inoltre richiesto le necessarie autorizzazioni per studiare l’efficacia della psicoterapia integrata con l’Lsd nella cura dell’alcol-dipendenza.

Sta crescendo il numero delle ricerche mediche dalle quali si evince che le sostanze psichedeliche possono contribuire al trattamento di certe malattie che spesso eludono la medicina moderna – condizioni mediche caratterizzate da concezioni e comportamenti rigidi, tra cui la depressione cronica, le dipendenze, il disturbo post-traumatico da stress o il disturbo ossessivo-compulsivo. Una delle caratteristiche più rilevanti di queste sostanze è che spesso bastano una o forse due dosi per produrre un cambiamento positivo di lunga durata. L’esperienza psichedelica è come un pulsante di azzeramento: scuote la perdurante rigidità e prepara il terreno per la crescita di nuovi semi.

Lsd, psilocibina e ayahuasca hanno ripetutamente dimostrato effetti positivi di lunga durata. I nostri esperimenti hanno rivelato l’incremento di tratti della personalità quali ottimismo e apertura per almeno due settimane dopo una sessione con l’Lsd. E la portata di questi mutamenti a lungo termine cambia in rapporto alla disintegrazione e disgregazione della Rete Neurale Predefinita innescate dall’Lsd. Gli esperimenti con l’ayahuasca hanno dimostrato che l’uso regolare incrementa qualità come apertura, ottimismo e consapevolezza. Un’altra osservazione emersa tra i consumatori abituali di ayahuasca riguarda la riduzione della corteccia cingolata posteriore, una delle regioni cerebrali coinvolte nella rappresentazione del sé e dell’autoconsapevolezza. Ancor più importante il fatto che a una corteccia ridotta corrisponde un alto livello di alcuni tratti tipici della consapevolezza: autotrascendenza, sensazioni transpersonali e spiritualità.

Con il progredire di questa nuova epoca per la ricerca psichedelica sarà cruciale arrivare a comprendere i minimi dettagli dei cambiamenti fisiologici e neurali sottostanti allo stato psichedelico. È inoltre obbligatorio creare un clima politico di aperto sostegno a questi esperimenti, oltre che garantire la disponibilità terapeutica legale di queste potenti medicine, rendendole disponibili a quelle strutture mediche in grado di fornire a quanti ne abbiano bisogno sessioni di psicoterapia coadiuvata dagli psichedelici.

Dopo 40 anni di stagnazione quasi totale, finalmente il quadro sugli psichedelici si fa più chiaro. Quanto prima i nostri studi di portata ridotta verranno seguiti da esperimenti clinici su vasta scala, sperando così di riuscire a dimostrare in maniera definitiva l’importanza delle sostanze psichedeliche per il futuro della medicina.

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Amanda Feilding è fondatrice e direttrice della Beckley Foundation, istituita a Oxford nel 1998. La Foundation sostiene gli esperimenti sulle potenzialità terapeutiche e trasformative delle sostanze psichedeliche, tuttora illegali per via delle normative proibizioniste, ed è stata definita la «mano nascosta dietro il rinascimento della scienza psichedelica e la riforma della politica sulle droghe». Il programma scientifico della Foundation ha portato a collaborazioni tra i maggiori ricercatori mondiali, impegnati a studiare sostanze quali cannabis, psilocibina, Lsd, Ayahuasca, Dmt e Mdma. Queste ricerche comprendono esperimenti clinici focalizzati sugli effetti delle sostanze psicoattive sulla circolazione e sulle funzioni cerebrali, le esperienze soggettive e i sintomi clinici. Per ulteriori informazioni, si veda il sito web beckleyfoundation.org.

(Ripreso e tradotto dal numero speciale del Bollettino Maps, primavera 2017, con licenza Creative Commons BY 4.0 International)

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Riflessioni storiche sul futuro

di Erika Dyck

Nel febbraio del 2014 la rivista Scientific American scioccò i lettori con un editoriale che chiedeva la rimozione del divieto di ricerca sugli psichedelici. L’articolo criticava l’industria impegnata nel trattamento delle malattie mentali per l’assenza di nuove terapie dopo l’epoca d’oro degli anni ’50, e biasimava i legislatori per il proibizionismo imposto su sostanze psichedeliche quali Lsd, ecstasy (Mdma) e psilocibina – sostanze storicamente promettenti a livello clinico ma bollate come “droghe di facile abuso”. Come sottolineato dal direttore della rivista, la situazione aveva creato un paradosso: «Si tratta di sostanze proibite perché non hanno alcun valore medico, ma i ricercatori non possono studiarne le potenzialità terapeutiche perché sono illegali. … Questo blocco delle ricerche in vigore da vari decenni sta avendo conseguenze devastanti». Per chiarire ulteriormente la posizione della rivista sulla questione, non mancavano esplicite istruzioni: «È una vergogna. Le autorità statunitensi dovrebbero spostare queste sostanze nella classificazione meno restrittiva, la Tabella II, così sarebbe molto più facile per i ricercatori studiarne gli effetti». L’articolo richiamava l’attenzione dei legislatori, dell’opinione pubblica e della comunità scientifica sulla crescente insoddisfazione dei ricercatori e sul fatto che le potenzialità cliniche delle sostanze psicoattive fossero state ripudiate in base al panico moralista rispetto ai possibili abusi. Tuttavia l’editoriale non era altro che la punta del proverbiale iceberg. Negli ultimi dieci anni gli psichedelici sono ricomparsi nella sfera delle indagini cliniche con rinnovato ottimismo per il positivo ruolo terapeutico che sembrano svolgere in vari campi. Centinaia di studi hanno analizzato il passato e criticato legislatori, ricercatori e consumatori per aver distorto la verità su queste sostanze.

Secondo lo psicofarmacologo britannico David Nutt, l’Lsd rivela incredibili potenzialità terapeutiche eppure è impossibile procedere con esperimenti approfonditi proprio a causa delle restrizioni imposte sia per quelli in laboratorio sia nei test clinici. E lamenta l’esistenza di un «infernale labirinto burocratico» capace di dissuadere «perfino il ricercatore più accanito». Al contempo il neurologo californiano Mark Geyer sostiene che l’attuale cultura della sperimentazione scientifica scoraggia i ricercatori dall’affrontare tematiche di ampio respiro. Trovare spazio per riflettere sulle questioni al crocevia tra spiritualità, coscienza e studio del cervello sembra qualcosa d’impossibile perfino per i ricercatori di successo il cui tempo è quasi interamente dedicato ad assicurare nuovi fondi, riempire formulari etici e accumulare dati lavorando sodo in laboratorio. In altre parole, il quadro della ricerca scientifica moderna preferisce concentrarsi sul continuo accumulo di dati per tralasciare invece le questioni ontologiche più estese. Il lavoro dello scienziato svizzero Franz Vollenweider cerca di opporsi a questa tendenza, mettendo a confronto le reazioni di soggetti che hanno assunto Lsd con altri che hanno raggiunto un analogo stato di consapevolezza tramite la meditazione. Vollenweider ha messo in luce come il mantra ben affermato degli “studi controllati randomizzati” non porti ad altro che alla paralisi delle ricerche su quelle che sono sostanzialmente domande filosofiche nel contesto dello studio del cervello, ricerche che lo stanno portando ad affrontare ulteriori domande e altri metodi per esplorare il rapporto tra spiritualità e cervello.

Il rinascimento psichedelico in corso è dunque qualcosa di più di una rinascita, implicando il riallineamento di queste sostanze con il loro passato più ricco, profondo e culturalmente sensibile. Oltre 60 anni fa, Albert Hofmann sintetizzò per la prima volta l’Lsd nei Laboratori Sandoz di Basilea (oggi Novartis) e, nel 1943, ne sperimentò personalmente gli effetti. Con quello che poi descrisse come un viaggio nella follia o una psicosi indotta da una sostanza chimica e un risveglio spirituale, Hofmann aprì le porte a un’epoca nuova per la ricerca sugli allucinogeni. Nei 15 anni successivi l’editoria medico-scientifica ha pubblicato oltre un migliaio di studi sull’assunzione di Lsd o mescalina. Pur nell’ampia varietà delle opinioni sul loro valore intrinseco, sulle potenzialità terapeutiche o sugli obiettivi più lucrativi, i resoconti popolari e scientifici si sono rivelati generalmente positivi, perfino ottimisti.

Molti di quegli studi sono rimasti confinati in laboratorio, concentrando l’attenzione sulle stesse sostanze chimiche anziché sui rituali culturali associati alla lunga tradizione della ricerca di una cura o dell’esplorazione psicoattiva. Per esempio, negli anni ’30 gli psichiatri tedeschi si misero diligentemente al lavoro per isolare la mescalina dal peyote, studiandola come sostanza indipendente dalle tradizioni indigene che veneravano il cactus sacro. Analogamente, quando nel 1957 lo psichiatra americano Humphry Osmond presentò per la prima volta il termine “psichedelico” alla New York Academy of Science, questo venne definito come un concetto scientifico, un fenomeno appena scoperto con importanti potenzialità scientifiche e terapeutiche nell’introspezione della psiche umana. Pur riconoscendo la lunga storia dell’uso delle cosiddette droghe psichedeliche a livello curativo e spirituale nelle popolazioni indigene, sostanze quali Lsd e mescalina furono sempre più considerate come dei ritrovati farmaceutici, cioè prodotti del complesso psicofarmaceutico moderno, occidentale e straordinariamente redditizio. Gli psichedelici non riuscirono tuttavia a convincere legislatori e ricercatori dei loro risultati positivi in ambienti controllati e poi anche in studi randomizzati, come pure del fatto che il loro successo terapeutico dipendeva dall’uso prolungato sotto ricetta medica. Gli psichedelici erano diversi dalle controparti psicofarmaceutiche contemporanee; eppure, forse nel tentativo di valutarne e giustificarne i meriti scientifici, alcuni dei benefici più astratti, sottili o filosofici furono scartati in quanto troppo specifici culturalmente, aneddotici o difficili da ripetere.

Nonostante i promettenti risultati degli anni ’50, emersero così i timori che si trattasse di sostanze di facile abuso oppure di prodotti chimici pericolosi, vista la loro capacità di indurre allucinazioni visive o qualche psicosi. Alcune relazioni scientifiche di taglio critico, in combinazione con i negativi rilanci mediatici, resero assai arduo il proseguimento delle indagini scientifiche. Gran parte delle ricerche furono bloccate man mano che quelle sostanze venivano accomunate alla controcultura, l’edonismo, la tossicodipendenza e il mercato nero dell’acido. Sul finire del colorato decennio degli anni ’60, l’Lsd venne sostanzialmente considerato una sostanza proibita e le sue applicazioni cliniche relegate ai margini della medicina accettabile.

Intanto molte sostanze psicoattive con applicazioni lucrative conquistavano il successo commerciale dopo essersi comportate bene con il nuovo standard imposto ai rigorosi test farmaceutici: gli esperimenti controllati randomizzati. Va detto che l’acido lisergico e altri psichedelici non riuscivano invece a soddisfare quei criteri basati soltanto su risposte convenzionali o ripetibili. Tali sostanze tendevano piuttosto a confondere la metodologia dei test e i ricercatori più convinti si opposero a un metodo che non includeva certe esperienze più olistiche o contestualizzate come parte di un efficace intervento psicofarmacologico. In altre parole, era difficile quantificare o perfino classificare le reazioni all’Lsd in termini terapeutici, e né la metodologia né le applicazioni basate su un’unica dose riuscirono a convincere i distributori commerciali a insistere con le sperimentazioni. Quanti erano impegnati nella ricerca psichedelica durante la cosiddetta “epoca d’oro” non avevano ancora messo a punto un progetto coerente per regolamentare quelle sostanze in modo da bilanciare l’appetito per l’uso non-clinico con la volontà di contenerle all’interno dell’ambito medico. Timothy Leary, ex psicologo alla Harvard University, divenne famoso per aver promosso la diffusione dell’Lsd, sostenendo che tutti avrebbero dovuto provarlo, e sembra anche in maniera indiscriminata (immettendolo nelle forniture idriche cittadine) – senza però fornire indicazioni specifiche sul dosaggio o se preferire o meno le microdosi, né su eventuali limitazioni ai soli giorni festivi o su ulteriori accorgimenti. Altri invece, come lo psichiatra canadese Abram Hoffer, ne raccomandavano lo stretto controllo tramite specifiche normative, prevedendone l’uso esclusivamente in ambito medico. Altri ancora proponevano un approccio più elitario, suggerendo che la piena comprensione degli psichedelici richiedesse un’attenta sperimentazione e che dovesse riguardare solo intellettuali, medici, teologi, neuroscienziati, ecc. – una cerchia ristretta di individui con un alto livello di istruzione e in grado di applicare le potenzialità degli psichedelici per migliorare la società. Tutte le discussioni sul modo migliore per controllare e regolamentare l’uso degli psichedelici raggiunsero però un punto morto sul finire degli anni ’60, quando i prodotti del mercato nero circolavano liberamente e il clima politico della Guerra Fredda spianò la strada alla dannosa associazione tra psichedelici e comportamenti sovversivi.

Nel XXI secolo, sia i ricercatori che i consumatori in generale possono contare su un’ampia serie di esperienze concrete con le sostanze psichedeliche. In realtà, negli anni ’50 il mercato aveva appena cominciato ad abbracciare la psicofarmacologia con una certa intensità. Come suggerisce il sociologo britannico Nikolas Rose, quel periodo storico vedeva anche l’emergere della “psy-ence” (psicologia + scienza), termine da lui coniato per indicare la pervasività di psichiatria, psicologia e impegno sociale nella vita quotidiana dei cittadini. Forse all’attuale generazione di consumatori il ritorno degli psichedelici non appare né controverso né osceno, ma piuttosto il culmine di una trasformazione culturale in cui le sostanze chimiche che alterano la coscienza diventano una risposta naturale alla vita moderna. Mentre si apre dunque un nuovo, promettente capitolo della scienza psichedelica, è bene usare quest’opportunità per dare uno sguardo indietro e considerare il modo in cui il contesto storico della ricerca scientifica abbia in passato plasmato la comprensione stessa degli psichedelici.

Storicamente, i ricercatori hanno sempre cercato di separare tali sostanze dal proprio contesto culturale, spirituale e terapeutico anche quando poi controbilanciavano quell’isolamento stabilendo accurate linee-guida per definire il “set e setting” (stato d’animo e contesto ambientale) della sessione psichedelica. La conoscenza collettiva sugli psichedelici accumulata finora ha dimostrato come certe esperienze possano innescare reazioni che non sono necessariamente riconducibili alla categorizzazione scientifica. Forse è giunto il momento per la scienza psichedelica di enfatizzare gli elementi psichedelici di quest’approccio, per abbracciare così un contesto più olistico, grazie al quale poter comprendere, interpretare, misurare e infine trattare l’insieme dell’esperienza umana moderna.

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Erika Dyck, Ph.D., docente in Storia della medicina presso la University of Saskatchewan, in Canada. È autrice dei volumi Psychedelic Psychiatry: LSD from Clinic to Campus (2008) e A Culture’s Catalyst: Historical Encounters with Peyote and the Native American Church in Canada (2016), oltre ad aver curato numerosi articoli sulla storia degli psichedelici.

(Ripreso e tradotto dal numero speciale del Bollettino Maps, primavera 2017, con licenza Creative Commons BY 4.0 International)

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