Prefazione

Chi volesse condurre oggi una ricerca bibliografica sul rapporto fra sostanze psichedeliche e ricerca scientifica si troverebbe di fronte a una mole impressionante di testi, e sarebbe quasi tentato di credere che sull’argomento sia stato scritto da tempo tutto lo scrivibile. Eppure la letteratura su tali sostanze è piuttosto recente, e ha visto il suo boom dagli anni ’60, paradossalmente negli stessi anni in cui l’Lsd (e a ruota tutti gli altri composti allucinogeni) è stato messo fuori legge.

La ricerca scientifica su queste curiose sostanze può essere divisa grossolanamente in due periodi, separati dalla grande svolta rappresentata dalla scoperta dell’Lsd che diede vita alla ricerca moderna sul potenziale psicoterapeutico degli allucinogeni. La svolta ebbe come protagonista il chimico svizzero Albert Hofmann che nel 1938 sintetizzò per la prima volta la dietilammide dell’acido lisergico, meglio nota come “acido” o Lsd. A ben vedere non scoprì nulla di nuovo, ma certamente aprì una nuova prospettiva. Quando il 19 aprile 1943, cinque anni dopo, Hofmann sperimentò consapevolmente su sé stesso le proprietà psicoattive e visionarie di quella sostanza, non poteva certo prevedere che il suo “bambino difficile” (secondo il titolo del suo libro autobiografico) avrebbe rivoluzionato i fondamenti della psichiatria e della psicologia clinica, ma anche il pensiero e la filosofia di vita di milioni di artisti e di giovani di tutto il mondo. Un’affermazione simile può forse sembrare assurda, o perlomeno forzata, ma non c’è dubbio che l’uso delle cosiddette droghe psichedeliche, o allucinogeni che dir si voglia, sia strettamente associato a determinati atteggiamenti e schemi esistenziali. Non a caso questo libro mette a fuoco i vari aspetti degli allucinogeni (o psicotomimetici o comunque si voglia chiamarli) nel contesto del “rinascimento psichedelico” in corso nel mondo, dedicando inoltre ampio spazio alla loro applicazione nella psicoterapia e nell’ambito della ricerca scientifica.

Con la messa al bando dell’Lsd anche la sperimentazione terapeutica e in genere tutta la ricerca sulle sostanze psichedeliche si è ufficialmente interrotta, lasciando un vuoto sia scientifico sia culturale che ancora oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, non è facile da colmare.

Fortunatamente, dalla metà degli anni ’80 le sostanze allucinogene sono uscite gradualmente dal ghetto dove le avevano relegate l’oscurantismo legislativo e una classe medica più preoccupata dal loro uso ricreazionale e dal possibile impatto sociale che non dal proseguimento della ricerca farmacologica. Oggi sembra del tutto superato l’approccio rigidamente organicistico che tendeva a definire le sostanze psichedeliche come una “psicosi modello”, nel senso che avrebbero imitato gli stati psicotici. È ormai evidente che gli allucinogeni producono stati di coscienza con specifiche caratteristiche, chiaramente e nettamente distinguibili da quelli tipici degli stati psicotici. Va però evitato l’errore opposto, quello cioè di approdare a quanto si può ironicamente definire “mistica degli psichedelici”, attribuendo loro delle “proprietà” che non hanno mai avuto e che mai avranno, quasi fossero entità metafisiche dotate di esistenza propria.

Non vi è neppure motivo di metterne in dubbio il ruolo nel contesto di molte pratiche religiose né la stretta associazione con la mitologia di tanti popoli, ma è altrettanto evidente che l’efficacia di tale ruolo dipende sempre da dispositivi psicobiologici e da un terreno socioculturale adatto. Come sottolineato anche dall’antropologo francese Claude Levi-Strauss (1908-2009), gli allucinogeni non producono un determinato effetto esclusivamente in base alla loro natura farmacodinamica, ma solo quel tipo di effetto previsto dal gruppo, per ragioni consce o inconsce. Essi non celano nessun messaggio intrinseco e nessun contenuto proprio, essendo null’altro che gli “innescatori” di un discorso latente. Analogamente, se alcune sostanze psichedeliche sembrano essere un potenziale strumento diagnostico e un coadiuvante del processo psicoterapeutico, capaci di rendere l’intero processo più profondo, resta fuori dubbio – almeno per me – come gli allucinogeni non siano la cura e non guariscano, di per sé, niente e nessuno. Un atteggiamento serio e obiettivo dovrebbe preservarci da facili e ingenui entusiasmi circa il potenziale terapeutico di queste sostanze: esse sono, fino a prova contraria, sempre e soltanto dei “coadiuvanti” terapeutici, che mai potrebbero sostituirsi alla psicoterapia in quanto tale.

Al di là dei possibili risultati di tutti gli studi, il fatto che oggi sia in corso una forte ripresa delle ricerche avviate subito dopo la scoperta di Hofmann deve comunque essere valutato positivamente, anche se al momento è difficile prevedere quale sarà il futuro – sempre che ce ne sia uno – della psicoterapia con indirizzo psichedelico. E se è vero che la sperimentazione ha le sue difficoltà e i suoi “pericoli”, è altrettanto vero che nessuna avventura in territori poco esplorati o sconosciuti può mai essere del tutto priva di rischi. Il rischio è addirittura proporzionale al significato e all’importanza della ricerca, del suo potenziale. Ad esempio, l’Lsd è una sostanza di straordinaria potenza e nessuno, serio e responsabile, può considerarla senza tenere conto anche del suo enorme potenziale di “pericolosità”. Ciò non toglie che, prese le necessarie precauzioni e accortezze (selezione dei pazienti, addestramento e caratteristiche dei terapeuti, “set” e “setting”, ecc.), l’uso di tali allucinogeni nella sperimentazione clinica possa offrire interessanti alternative alle tradizionali terapie psicologiche e psicofarmacologiche. Se queste sostanze si rivelassero efficaci nell’alleviare gravi condizioni di instabilità psichica e nel facilitare la disintossicazione da tossicodipendenze o alcolismo, fosse anche in maniera non definitiva, ciò giustificherebbe i loro possibili impieghi clinici, perlomeno in circostanze accuratamente controllate; e sarebbe più che sufficiente per auspicare un radicale allentamento delle attuali eccessive restrizioni poste alla ricerca scientifica.

Non va infine dimenticato che l’efficacia e l’utilità di tali sostanze nella psicoterapia sono state spesso messe in dubbio da tanti medici, a volte con argomentazioni dettate più da ignoranza e faziosità che dai fatti reali.

Altre critiche, provenienti soprattutto dagli ambienti freudiani più ortodossi, appaiono invece abbastanza fondate e interessanti per essere tenute in debito conto. Si basano sul fatto che le esperienze rimosse possono, sotto l’influsso di quelle sostanze, riaffiorare con eccessiva rapidità, impedendo al paziente di elaborarle in maniera appropriata: oltre ai rischi immediati di un aumento gratuito della sofferenza psichica, si avrebbe anche una minor durata dei benefici raggiunti, a differenza della relativamente stabile efficacia di un trattamento tradizionale, cioè attraverso un lento e graduale lavoro analitico, con il conseguente processo di consapevolezza.

Mi auguro comunque che le ricerche attuali sappiano andare oltre, ma anche trovare migliori condizioni e sostegni. Nell’era del Prozac è giunta l’ora di capire meglio cosa aspettarci da queste sostanze che, più di altre, hanno segnato l’evoluzione della cultura contemporanea.

Gilberto Camilla
Etnopsicologo, Presidente della SISSC e Direttore Scientifico della Rivista Altrove.

 

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